Il tesoro di Arcisate

Non si conoscono le circostanze del ritrovamento, come non è chiaro se gli oggetti fossero stati volutamente occultati oppure se si trattava di un corredo tombale. Di certo si sa che nel 1900 (anno del ritrovamento?) vennero acquistati dal sig. Adolf Roger che subito li rivendette al British Museum di Londra, che da allora li espone tra le antichità romane.

Arcisate Tesoro

L'importanza del ritrovamento è dovuta al fatto che in quell'epoca (anni 70 del I sec. a.C.) la colonizzazione romana della nostra zona non era ancora iniziata.

Il tesoro di Arcisate è composto da cinque oggetti in argento (una brocca, una coppa, un colino e un attingitoio) di raffinata fattura che formano un servizio da vino completo. Insieme è stata rinvenuta anche una spatula, sempre in argento, probabilmente facente parte di un servizio da toeletta femminile.

Il vino versato nella brocca veniva mescolato con acqua e aromi o miele usando l'attingitoio a manico verticale che poi veniva utilizzato per versare la bevanda, attraverso il colino, direttamente nella coppa da cui si beveva.

La spatola, con lama lunga e piatta, a punta arrotondata e con manico decorato a bulino, doveva essere utilizzata per prelevare balsami o unguenti dai loro contenitori. Associata a balsamari o pissidi, è infatti un oggetto sovente rinvenuto in tombe femminili.

Sul fondo della brocca e sul manico dell'attingitoio sono state individuate delle incisioni che fanno attribuire gli oggetti a Utia e a suo padre Titus Utius. Il tesoro di Arcisate apparteneva quindi alla famiglia degli Utii, di provenienza centroitalica, che, si è poi appurato, doveva avere interessi in campo minerario e nel commercio di metalli.

Le miniere della Valganna non sono lontane ed è quindi logico supporre che facessero parte di quella schiera di imprenditori e mercanti che iniziavano a mostrare interesse per il territorio prealpino lombardo.

 

I proprietari del tesoro di Arcisate - Gian Luca Gregori